
Classe IV AR – Amministrazione Finanza e Marketing
Ai testi scritti dalle allieve e ispirati dalla visione di serie televisive e film, si accompagna un video, ricco e ben fatto, che cerca di spiegare il fenomeno del bullismo e invita i giovani all’aiuto e al rispetto.
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Roma, 31 marzo 2024
Caro diario,
scusami tanto se mi sto perdendo la mia scrittura giornaliera, ma questo per me non è un periodo affatto semplice. Due settimane fa ho pubblicato un video su TikTok nel quale ero al naturale, senza un filo di trucco né filtri, un video dove mi sentivo semplicemente bella, semplicemente me. Il che è insolito, perché anche per andare a buttare la spazzatura io ho bisogno di acchittarmi tutta, è più forte di me!
In ogni caso, inizialmente il video aveva ricevuto vari like sia dai miei seguaci che non, commenti da parte delle mie amiche e poi basta, nulla di ché. Fino a quando non noto che qualcosa non andava: il video stava diventando sempre più virale, le condivisioni aumentavano in proporzione ai commenti negativi… commenti che riguardavano appunto il mio aspetto esteriore “normale”, fenomeno a cui probabilmente i miei coetanei o ragazzi poco più grandi, o poco più piccoli non sono affatto abituati.
Ci troviamo in una società nel quale se ciò che vediamo non è perfetto, allora è da giudicare. Peggio ancora se il giudizio attribuito non lo si pensa nemmeno, anzi, si commenta solo per compiacere gli altri e seguire la massa, apparendo in qualche modo “grandi” a chi ci legge. Ecco, quelli sono i peggiori.
Caro diario, da quei giorni lì, a scuola mi guardano sempre, ma non in senso positivo… appena passo nei corridoi, ormai è di consuetudine la risatina, oppure il dito che mi indica o banalmente gli occhi puntati su di me. Eppure mi è sempre piaciuto stare al centro dell’attenzione, è una caratteristica del mio IO, ma non in questo caso. Questa situazione io la odio.
La cosa che più mi ferisce però, sono le mie amiche, i miei amici, e ogni giorno è sempre peggio. Più io mi avvicino e più loro si allontanano. Non capisco proprio dove sia il problema, forse si vergognano di me? E so che i problemi della vita non sono sicuramente questi, ma il pensiero che nessuno più mi voglia, per un semplicissimo video, mi logora. Ho provato a parlarne con loro, ma nulla da fare, alla domanda: “Tutto bene?”, da ciascuno di loro, ricevevo sempre la stessa risposta: “Sì, stai tranquilla”
Forse sì, dovrei stare tranquilla, o forse no. Ogni giorno che passa mi chiedo quando passerà di moda questo mio video, ma poi ci rifletto su, e penso che se non sarà più il mio ad essere visto e preso in giro, allora sarà quello di qualcun altro. Come un circolo vizioso a cui nessuno può dare una fine.
Mi piacerebbe tanto parlare con qualcuno di questa situazione, ma me ne vergogno così tanto, e so che non dovrei, ma attualmente mi sento in difetto io ad aver pubblicato quel video. Generalmente di questi argomenti se ne può parlare con persone più grandi, ma è tanto difficile, già lo è presentarsi a tavola per mangiare o a scuola la mattina senza avere le lacrime agli occhi, figuriamoci parlarne. Conoscendo i miei insegnanti la prenderebbero troppo sotto gamba, mentre al contrario i miei genitori, se ne preoccuperebbero troppo, e già hanno tanto a cui pensare, non mi va di essere un peso per loro, aumentando ulteriormente la loro tensione.
Rebecca
Ho scritto questo testo dopo aver letto la storia di Rebecca Rossi, che si è uccisa esattamente un anno fa. Ho immaginato cosa può aver provato e cosa avrebbe potuto scrivere il giorno prima di arrendersi.
Rebecca ha scelto di uccidersi al ritorno da scuola, dopo aver probabilmente ricevuto l’ennesimo insulto, l’ennesimo respinto dalle persone a cui voleva bene, dandola vinta così a tutte quelle persone che la perseguitavano da ormai settimane. Tutto ciò è per far capire a tutti coloro che attualmente soffrono di bullismo e cyberbullismo, di reagire in qualche modo, e di COMUNICARE, è il mezzo più importante che abbiamo tutti quanti, senza quello non si potrebbe andare avanti, e un anno fa proprio Rebecca l’ha testato sulla sua pelle.
L’articolo 2 della costituzione italiana rappresenta uno dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico stabilendo un equilibrio tra diritti e doveri dei cittadini.
Questo rapporto si basa su un’idea di comunità in cui ogni persona è chiamata a contribuire al bene comune e a rispettare i diritti altrui, essa implica che ciascun individuo riconosca la propria responsabilità nei confronti della collettività, promuovendo la giustizia sociale e rispetto reciproco.
Purtroppo, però, non tutti sono capaci a portare rispetto ad altri creando così disagi e danni ad altri individui. Azioni come il bullismo, per esempio, possono creare danni a chi ha un’insicurezza, o ha problemi a relazionarsi o ha una disabilità.
Esperienze di questo tipo, purtroppo, ne ho subite in prima persona. Mi è successo a causa delle mie origini, in quanto mia mamma è bielorussa. Fin da quando ero piccola mi sono sentita esclusa, magari anche perché avevo interessi diversi. Man mano che crescevo i commenti denigratori peggiorarono, passando dal darmi della “strana” fino ad escludermi o a insultarmi in modo pesante, ricorrendo magari a stereotipi riferibili al mio paese di provenienza, arrivando al punto che io stessa mi vergognassi delle mie origini.
Con il tempo, crescendo, mi sono quasi creata una nuova personalità, anche online, così da riuscire ad integrarmi con il mondo e riuscire a farmi degli amici. Proprio online mi sono resa conto di quante persone subissero bullismo o cyberbullismo solo perché diversi, perché avevano altri hobby o vivevano la vita in modo diverso dalla massa. Questo mi ha fatto comprendere quanto le persone siano capaci a giudicare ed odiare, chissà poi per quale motivo.
Perché sono insicuri?
Perché sono invidiosi?
Non lo so, e probabilmente mai lo saprò.
Tutti sono capaci di fare i leoni da tastiera , e a volte riescono a portare le persone a compiere atti estremi. Per questo motivo, è importante contrastare questa piaga sociale con tutti i mezzi a nostra disposizione.
Cara Mamma e caro Papà,
so che starete soffrendo molto e vorrei tanto potervi dire che mi dispiace. In realtà, mi dispiace davvero tanto per il dolore che vi ho causato. Non c’è un modo facile per dirlo, ma spero che ascoltando queste cassette possiate capire un po’ meglio perché ho preso questa decisione.
Quello che è successo non è iniziato all’improvviso. Sono state tante piccole cose, come tante gocce che alla fine hanno riempito un bicchiere fino a farlo traboccare. A scuola, e non solo lì, mi sono sentita spesso invisibile, oppure, peggio, presa in giro. A volte erano solo parole, ma le parole possono fare molto male, come dei piccoli spilli che giorno dopo giorno si conficcano sempre più a fondo.
Ci sono state delle volte in cui qualcuno diceva qualcosa alle mie spalle, o mi faceva uno scherzo che per gli altri era divertente, ma per me era umiliante. Mi sentivo sempre più sola e pensavo che non importasse a nessuno come stavo realmente.
Poi ci sono state le cassette. Ho deciso di registrarle perché volevo che le persone che mi hanno ferito sapessero come le loro azioni mi hanno fatto sentire. Volevo che capissero che ogni singola cosa, anche quella che può sembrare piccola, può avere un grande impatto sulla vita di qualcuno.
Non è stato un gesto di rabbia o di vendetta.
Volevo solo che ci fosse un modo per far capire il mio dolore e la mia disperazione. Speravo che ascoltando le mie parole, le persone potessero diventare più consapevoli di come si comportano con gli altri.
So che niente di tutto questo potrà mai giustificare la mia scelta e che vi ho lasciato un vuoto incolmabile.
Vorrei che sapeste che vi ho sempre voluto bene, anche quando mi sembrava che il mondo intero mi fosse contro.
Spero che un giorno possiate trovare un po’ di pace e che possiate ricordare i momenti belli che abbiamo passato insieme.
Con affetto,
Hannah
Lettera scritta dopo aver visto la serie Netflix “13 REASON WHY” (ispirata dalla storia vera di Hannah Baker)
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Questo è l’articolo 2 della nostra Costituzione, un articolo che dovrebbe essere alla base di una società solidale ed equa. Ma la nostra società è così? Credo proprio di no…. dobbiamo ancora lottare per combattere fenomeni quali il bullismo, il cyberbullismo e l’impossibilità di esprimere pienamente la nostra persona. Non serve guardare in televisione, è sufficiente guardarsi intorno e accorgersi che è reale e magari può coinvolgere qualcuno di noi.
Un film che ha affrontato queste tematiche e che mi ha particolarmente colpita è “Wonder”. In esso si racconta di un ragazzino che sfortunatamente nasce con una deformazione facciale e per questo motivo viene preso in giro ed escluso dai propri compagni di scuola, tranne da uno che poi diventa il suo migliore amico e sarà d’esempio per gli altri che piano piano cominciano ad accettarlo.
Questo film vuole far riflettere su quanto si provi a essere diversi in un epoca che purtroppo continua a non accetterà la “diversità”, associandola a un punto debole. Eppure chi ci dice che uno è “diverso” solo perché non rappresenta le idee di una società che definirei impossibile. Sì, “impossibile” perché tutti siamo diversi e sarebbe noioso se il mondo non includesse la diversità. Essa, infatti, ci distingue, ci dice chi siamo e da dove veniamo. Non dovremmo quindi giudicare o prendere in giro altre persone solo perché sono diverse da noi, anche perché non sappiamo la loro storia.
Il bullismo, inoltre, può essere anche online e viene chiamato Cyberbullismo. Purtroppo si pensa che dietro uno schermo, protetti dall’anonimato, si possano offendere le altre persone; questa violenza sebbene non fisica è comunque violenza; le ripercussioni psicologiche, le oppressioni, lo stalking, i raggiri e le minacce, possono essere molto più aggressive di uno schiaffo e portare una persona, soprattutto se fragile, a fare passi dai quali non si può più tornare indietro.
Per queste ragioni, questi fenomeni non vanno minimizzati. Cambiare una società dipende da tutti noi, partendo dal nostro piccolo. È da qui che dovremmo iniziare. Dobbiamo costruire una società dove possiamo essere “liberi di essere”, perché la libertà è un nostro diritto.
Penso che ognuno debba avere libertà di esprimersi, ma sempre rispettando gli altri, soprattutto se ciò che scrive viene letto da molte persone, come nel caso dei giornalisti. Succede invece di leggere articoli dove una diversità viene specificata, enfatizzata, mettendo in secondo piano l’essere umano. Invece ogni persona è innanzitutto un essere umano e deve essere trattata come tale indipendentemente dal proprio colore della pelle, dalla religione, dalle sue idee politiche ecc. E invece la stampa mette in evidenza queste specificità e così la gente commenta in un modo che fa letteralmente pietà. Sinceramente. Scrivo questo prendendo ad esempio l’articolo uscito poco tempo fa su un omicidio avvenuto nella nostra cittadina, e a come la stampa locale, ma non solo, abbia prontamente sottolineato la provenienza di quel povero ragazzo. Ma, esattamente, cosa cambia il sapere da dove viene o cosa fa nella vita? Hanno ucciso un essere umano, una persona come noi, ed è questo che conta.
Questo atteggiamento è una discriminazione e dimostra, ancora una volta, che tante persone non sanno cosa voglia dire rispettare il prossimo.
Cara Samantha,
non so nemmeno da dove cominciare. Ho pensato mille volte di scriverti questa lettera, ma ogni volta mi fermavo perché non sapevo cosa dire, o meglio, perché non sapevo se tu saresti stata pronta a capirlo. Ora, però, sento di doverlo fare, perché ci sono cose che ho tenuto dentro troppo a lungo.
Sei stata la mia migliore amica da sempre. Abbiamo condiviso segreti, risate, sogni, momenti che pensavo nessuno avrebbe mai potuto rovinare.
E poi, tutto è cambiato. Non so se tu ti sia resa conto di quanto mi abbia ferito quello che hai fatto. Forse per te era solo uno scherzo, forse non pensavi che sarebbe finita in questo modo, ma per me non è mai stato un gioco. Quando ho scoperto che eri coinvolta in quell’account falso, che eri tu, insieme ad altri, a scrivere quei commenti orribili su di me, il dolore che ho provato è stato indescrivibile. Vedere il mio nome accostato a insulti come “troia”, “puttana”, “facile”, leggere cose disgustose su di me, sentirti affermare che ero “una sgualdrina alla ricerca di attenzioni”, mi ha fatto sentire sporca.
Mi ha fatto sentire sbagliata. E la cosa che mi ha ferito di più è stato sapere che venivano da te. Da qualcuno di cui mi fidavo più di chiunque altro.
Mi sono chiesta mille volte perché l’hai fatto. Perché hai permesso che il mondo intero si scagliasse contro di me senza dire una parola per difendermi? Perché hai scelto di essere dalla parte di chi mi voleva distruggere invece di starmi accanto? Non sai cosa si prova a svegliarsi ogni mattina e temere di accendere il telefono perché sai che troverai nuovi insulti. Gente che ti scrive “ucciditi”, “nessuno ti vuole qui”, “faresti un favore al mondo se sparissi”. Non sai cosa si prova a entrare a scuola e sentire le risate soffocate quando passi, gli sguardi di chi ha letto cose su di te che non sono vere, ma alle quali tutti credono comunque. Non sai cosa si prova ad avere paura di essere se stessi perché qualsiasi cosa tu faccia sarà usata contro di te.
A un certo punto, non ce l’ho più fatta. Il dolore era troppo. Non riuscivo più a respirare, a vedere una via d’uscita. Ogni parola che leggevo sembrava scavare dentro di me, portandomi sempre più giù, sempre più in fondo. E alla fine ho pensato che l’unico modo per farlo smettere fosse smettere di esistere.
Quella notte, quando ho preso quelle pillole, non pensavo più a niente. Volevo solo che tutto finisse. Ma poi mia madre mi ha trovata, e in quel momento ho capito che, anche se io mi sentivo sola, in realtà non lo ero del tutto. Qualcuno si preoccupava per me. Qualcuno voleva ancora che io restassi. E sai qual è la cosa più assurda? Che anche dopo tutto quello che hai fatto, una parte di me avrebbe voluto che tu fossi lì. Che mi tenessi la mano e mi dicessi che sarebbe andato tutto bene. Perché, nonostante tutto, eri la mia amica.
Ora sto cercando di rimettere insieme i pezzi. Non è facile. Ci sono giorni in cui ancora mi chiedo se potrò mai fidarmi di qualcuno di nuovo, se potrò mai sentirmi davvero al sicuro. Ma sto imparando che non sono le parole cattive degli altri a definirmi, che il valore di una persona non si misura da quanti “mi piace” riceve online o da quello che dicono di lei sui social. E sto imparando a perdonare, non perché dimenticare sia facile, ma perché portare rancore mi farebbe solo stare peggio. Quindi ti scrivo questa lettera non per farti sentire in colpa, ma perché voglio che tu capisca.
Il cyberbullismo non è solo un gioco, non è solo qualche parola scritta dietro uno schermo. Può distruggere una persona. Può portarla a credere che la sua vita non abbia più valore. E io non voglio che quello che mi è successo succeda a qualcun altro. Spero che tu abbia imparato qualcosa da tutto questo. Spero che se un giorno vedrai qualcun altro passare quello che ho passato io, tu non starai in silenzio. Perché l’amicizia vera non è stare dalla parte di chi ha più potere, ma di chi ha più bisogno di aiuto. Con tutto il dolore, ma anche con la speranza di un domani migliore, Taylor
Il testo è stato ispirato dal film “Cyberbully”, un dramma televisivo diretto da Charles Binamé, con protagonista Emily Osment, che racconta la storia di una ragazza adolescente vittima di cyberbullismo e il suo percorso per superare la situazione.
TI SCRIVO DA LONTANO
Cara mamma,
Spero che in qualche modo le parole che sto per scriverti arrivino a te e che riescano a rispondere alle domande per le quali non hai ancora risposte, anche se ormai è tardi…
Mi scuso per non averti scritto una lettera d’addio quel giorno, però sappi che ti ho pensato molto e non volevo farti soffrire. Volevo togliere la sofferenza che creavo intorno a quelli che amavo, e soprattutto a me. Scusa se non ti ho permesso di capire cosa mi passava per la testa e di essermi allontanato, chiudendomi dentro la mia camera.
Non credo che sarai in grado di perdonarmi per questo, e neppure io lo farò. Non posso cambiare ciò che è accaduto, ma posso raccontarti la verità di quello che vivevo.
Mi dispiace per il modo in cui hai dovuto scoprire quello che stavo passando, attraverso quel profilo di Facebook, e mi spiace che non sia stato io a dirtelo e a sfogarmi. Le sere mi mettevo a leggere tutto quello che caricavano su quel profilo: foto, video e commenti su di me.
Non ti ho mai raccontato il peso che sentivo ogni giorno, né le cicatrici invisibili che mi creavano i bulli prendendomi in giro… le parole facevano male. Era difficile continuare a sentirle, giorno dopo giorno, sempre le stesse cose.
Mi facevano sentire solo. Ogni giorno mi sembrava di cadere più in basso e di diventare debole, e più mi impegnavo a sopportare, più mi sembrava di fallire… forse avrei dovuto aprirmi con te.
L’unico momento in cui mi sentivo bene e a mio agio era quando cantavo nel coro, dove mi sentivo libero di alzare la voce, senza aver paura di essere umiliato.
Adesso, mamma, dove mi trovo ora non c’è più dolore, non ci sono più né insulti né umiliazioni… e finalmente non sento più quel peso che sentivo prima, perché qui c’è tranquillità.
Spero che tu non stia piangendo mentre leggi questa lettera. Mi manchi tu e mi manca la tua presenza.
Grazie di condividere la mia storia con gli altri attraverso il libro che hai scritto, usandolo come uno strumento per aiutare gli altri, andando nelle scuole e spiegando loro il peso delle parole, di certe parole, e le conseguenze dopo averle dette.
Non è mai troppo tardi per esprimere l’amore e il bene che si vuole a qualcuno, quindi ti dico “ti voglio bene mamma”, e ti ringrazio per tutto quello che hai fatto e stai facendo per ricordare il mio nome.
Con amore, Tuo figlio.
Il testo è stato ispirato dalla visione del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” e dalla la storia vera di Andrea Spezzacatena, ucciso dal bullismo.
L’articolo 2 della Costituzione italiana sancisce il riconoscimento e la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, ma al contempo richiama all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Tuttavia, nel corso degli 80 anni trascorsi dall’adozione della Carta Costituzionale, il rapporto tra diritti e doveri si è progressivamente sbilanciato: la centralità dell’individuo e la crescente attenzione ai diritti personali hanno messo in ombra il senso del dovere nei confronti della collettività.
Nella fase immediatamente successiva all’entrata in vigore della Costituzione, il contesto storico e sociale richiedeva una forte coesione nazionale: il concetto di dovere verso lo Stato e la società era radicato, perché la ricostruzione del Paese e la tenuta democratica lo imponevano. Con il tempo, e con il progresso sociale, si è assistito a una graduale trasformazione della percezione collettiva.
Negli ultimi decenni, il riconoscimento e la tutela dei diritti individuali hanno conosciuto un’accelerazione straordinaria: dalla tutela delle minoranze alla protezione delle libertà personali, passando per il diritto all’autodeterminazione e all’inclusione sociale. Questa evoluzione è stata senza dubbio un segnale positivo di progresso e di democratizzazione, ma ha avuto come effetto collaterale l’attenuarsi della consapevolezza sui doveri verso gli altri e verso lo Stato.
Se da un lato la società contemporanea ha rafforzato la tutela dei diritti, dall’altro il senso del dovere sembra essere entrato in crisi. Il concetto di solidarietà, cardine dell’articolo 2, viene spesso interpretato in modo sempre più individualistico: ognuno reclama i propri diritti, ma pochi si sentono vincolati ai doveri che ne derivano.
Un esempio emblematico di questa tendenza è il dibattito sulla fiscalità: pagare le tasse è un dovere civico, ma la percezione diffusa è che si tratti più di un’imposizione scomoda che di un contributo alla collettività. Lo stesso vale per la partecipazione politica: il voto, che dovrebbe essere sentito come un dovere oltre che un diritto, è spesso vissuto con disinteresse o delegato ad altri. Anche la responsabilità sociale, come il rispetto delle norme ambientali o la tutela del bene comune, appare sempre più subordinata alla convenienza personale.
Il rischio di questa crescente divaricazione è che la società diventi sempre più frammentata, con individui concentrati sulle proprie rivendicazioni senza una reale assunzione di responsabilità collettiva. Recuperare un equilibrio tra diritti e doveri significa riaffermare la necessità di una cittadinanza attiva, consapevole non solo dei propri diritti, ma anche degli obblighi che la convivenza civile impone.
Educazione, responsabilità sociale e sensibilizzazione sono strumenti essenziali per ricostruire questo equilibrio. Le istituzioni, i media e la scuola hanno il compito di promuovere una cultura del dovere accanto a quella dei diritti, ricordando che una democrazia solida si regge su entrambi.
L’articolo 2 della Costituzione mantiene intatta la sua validità, ma la società è cambiata e con essa il modo in cui diritti e doveri vengono percepiti. Se vogliamo evitare che il senso del dovere si dissolva nel predominio dell’“io”, è necessario riscoprire la solidarietà come valore fondante della convivenza civile. Solo così potremo garantire un equilibrio autentico tra diritti e doveri, come previsto dai principi costituzionali.
MERCE DI SCAMBIO
L’articolo 2 della Costituzione Italiana garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ciò che è scontato nel nostro paese, è un sogno a qualche chilometro di distanza. L’India, lo Yemen, la Nigeria, il Brasile, il Bangladesh, l’Afghanistan e il Nepal sono solo alcuni dei paesi all’interno dei quali è presente l’orribile fenomeno delle spose bambine, che a poco più o a poco meno di dieci anni sono costrette a sposarsi con uomini del triplo della loro età se non di più, a loro sconosciuti e scelti dai loro genitori, i quali diventano loro proprietari e possono persino lasciarle in eredità, e nel caso in cui muoiano prima della nascita di un figlio, ai genitori può essere chiesta una figlia più piccola. Il rapporto del 2023 stima che 12 milioni di ragazze vengano vendute ogni anno, questo fenomeno è presente da molti anni, ad oggi la tecnologia ci permette di conoscerlo in tutto il mondo e di combatterlo, tante associazioni incoraggiano ad atti come la donazione a distanze per proteggere il futuro di queste bambine.
I motivi di questa macabra scelta sono molteplici e ancora purtroppo tipici di diversi paesi, tra i quali: disparità e discriminazione di genere, povertà, pagamento dei debiti, e il pagamento della dote. L’articolo 29 della Costituzione determina la costruzione del matrimonio basato “sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, uguaglianza che manca in un’unione tirannica; noi sappiamo anche che nel nostro paese e in quelli affini per cultura, il vincolo si basa anche su un sentimento d’affetto, la paura non è certamente il genere di emozione che si deve provare guardando il proprio compagno o compagna di vita, questo e però ciò che sentono tutte le bambine che vengono portate via dalle loro case, dagli amici, dai genitori e dalla scuola, per essere consegnate a uomini che, una volta chiusa la porta di casa, potranno fare di loro quello che vogliono, senza che esse possano chiedere aiuto o ribellarsi. Coloro che dovrebbero proteggerle, i loro genitori, le gettano in mano a uomini spudorati, non curanti delle loro necessità, che le vedono come oggetti e incubatrici umane.
Questo fenomeno viola qualsiasi diritto personale: il diritto all’istruzione, all’uguaglianza, al lavoro, il divieto di tortura e perfino il diritto alla vita. Tante “spose”, infatti, perdono la vita durante il parto o nelle violenze sessuali conseguenti al matrimonio. A tal proposito ricordiamo Rawan , una bambina di otto anni, originaria dello Yemen, data in sposa a un uomo di quarant’anni, e morta nel 2013 dopo la prima notte di nozze in un albergo, a causa di un’emorragia interna causata da strazianti lacerazioni ai genitali. Queste bambine, compresa Rawan, come le ragazzine di qualsiasi altro paese, con ogni probabilità si divertivano a giocare con le bambole immaginando un futuro, un principe azzurro e un matrimonio, senza sapere che una volta posati i giocattoli non li avrebbero mai più ripresi.
Nei paesi più sviluppati, la cura dei bambini è all’ordine del giorno, in altri luoghi le loro testimonianze sono ben diverse, come quella di Dorothy, una bambina nigeriana venduta a undici anni come merce di scambio a un uomo anziano per soli venti euro, le sue parole sono strazianti: “le donne mi hanno afferrata e mi hanno distesa per terra. Mi tenevano ferma mentre quell’uomo mi stuprava. Poche settimane dopo, ho cominciato ad avere strane sensazioni: vomito e nausea. Ho capito di essere incinta. Adesso ho cinque figli da lui. I bambini sono malnutriti e devo pensare a tutto io perché lui è troppo anziano”.
In questo malvagio gesto non sono coinvolti solo gli uomini, ma anche le donne convinte che questa sia l’unica soluzione per loro, che sia la cosa giusta. Nessuno insegna a queste ragazze l’importanza della loro identità e che non sono merce di scambio. Eppure ci sono ragazze che desiderano diventare qualcosa, come Jennifer che sogna di diventare un medico, ma è stata venduta a poco meno di venti euro.
Negli occhi di queste bambine ci sono dei sogni e tanta speranza, la maggior parte di loro verrà però venduta, maltrattata e violentata per la maggior parte della loro vita. Ci sono ragazze, come Aisha che sono riuscite a mettere una fine alle violenze “Poi l’ho lasciato per sempre. Non si si può vivere una vita con un uomo tanto più grande di te, un uomo che non hai incontrato mai prima, uno che ti obbliga a sposare.” Sono queste le sue parole…
Altre donne, disperate, hanno cercato vie di fuga, come Samira, che nel 2014 ha ucciso l’uomo a cui era stata venduta a quindici anni e che l’aveva picchiata e seviziata per i successivi sei. Nonostante il terribile atto commesso nei suoi confronti, Samira è stata arrestata e, dopo anni di prigione, impiccata nel 2023.
In alcuni luoghi, purtroppo, si crede ancora che una vita umana sia sostituibile attraverso qualche banconota; le donne non hanno l’occasione di conoscere i loro diritti, ignorano di poter avere una vita diversa. se potessimo confrontarci con loro anche solo per poche ore ci renderemmo conto dell’importanza dei diritti personali. In un mondo che mira all’inclusività e all’abolizione delle disparità, non si può pensare a un divario così ampio. Le scelte adottate dai governi non sono fino ad ora sufficienti, rendere illegali questi crimini è un grande passo, ma fino a quando le bambine e le donne non saranno pienamente consapevole delle loro possibilità queste atrocità non avranno fine.
SITOGRAFIA:
https://search.app/MB5s6dhTHK8eBGB8A
https://www.osservatoriodiritti.it/2023/05/16/spose-bambine/amp/ https://www.senatoragazzi.it/iniziative/blog/941/
https://contenuti.savethechildren.it/sh/la-storia-di-una-sposa-bambina/
https://www.actionaid.it/storie/samium/
https://www.senatoragazzi.it/iniziative/progetto/310/
https://www.associazioneariete.it/yemen-il-dramma-delle-spose-bambine/ https://27esimaora.corriere.it/articolo/yemen-la-sposa-muore-a-otto-anniquelle-bambine-ci-chiedono-aiuto/
https://www.avvenire.it/amp/mondo/pagine/iran-sposa-bambina-a-morte https://www.fanpage.it/esteri/dorothy-sposa-bambina-venduta-per-20-euro-a-un-vecchio-le-donne-mi-tenevano-lui-mi-stuprava/#